domenica 10 ottobre 2010

E tutti gli anelli si chiudono.

Il primo si è chiuso 2 giorni fa a Okinawa, quando scacciati dall’isoletta dalla gita scolastica siamo approdati su Okinawa appunto e siamo riusciti ad affittare una macchina, più per giustificare la patente internazionale che mi era costata una sessantina di euro, che perché fossimo davvero persuasi che ci fosse molto da vedere (a dire il vero mi era già servita per noleggiare il motorino che ci ha portati  a vedere ben 3 isole in 3 ore).  E in effetti girando quasi mezza isola abbiamo constatato che da vedere c’è proprio solo l’acquario che è bellissimo, il più bello che abbia mai visto, con un numero di pesci incredibile.
Squali, squali- balena, quelli enormi che saranno pure inoffensivi ma se mai li vedessi  in mare ti prenderebbe un tal coccolone …



E poi le mante enormi e inquietanti, le razze elegantissime, le murene bruttissime e tutti i magnifici pesci della barriera corallina che abbiamo visto dal vivo e non siamo riusciti a fotografare ( ma qui non ci sono scappati). 
Ho anche provato l’emozione di guidare in un paese con la guida a sinistra, con il tergicristallo che mi partiva ogni volta che volevo mettere la freccia, ma con l’aiuto di una tesissima Valeria tutto è andato bene. 
E siamo tornati a casa, beh non proprio ancora a casa ma nello stesso hotel di Tokyo in cui avevamo trascorso i primi giorni. Ci siamo però un po’ sentiti a casa, conoscevamo praticamente tutto, la metropolitana non ha più segreti (per Valeria almeno), riusciamo a muoverci per le vie di Shinjuku quasi senza guardare la cartina. E vi assicuro che dopo 20 giorni di continui cambiamenti, di quella insicurezza notturna quando per andare in bagno non sai mai se buttando giù i piedi troverai le pantofole o batterai una craniata nel muro, tornare in un luogo conosciuto è un bel sollievo.
E adesso si sta chiudendo l’anello principale; sto scrivendo il blog sul volo che ci porta a Dubai da dove (per fare un po’ il figo) cercherò di “postare” il mio forse ultimo scritto (ma poi non ci sono riuscito il wireless è gratis, ma lentino).
Facciamo un po’ di bilanci.
Il Giappone è un paese dell’altro mondo, perché qui è tutto diverso, non capisci quasi nulla, quasi nessuno ti capisce. Ma tutto è abbastanza facile (se fai il turista normale è facilissimo). Se ti avventuri appena fuori, le cose si complicano un po’  ma la cortesia dei giapponesi ti aiuta sempre, non capisci niente ma alla fine riesci a fare quello che desideri.

E allora parliamo di questi giapponesi (con la sicurezza di cadere nei luoghi comuni). Iniziamo col dire che sono tanti, se non parti da questo punto non capisci proprio niente. Non capisci perché, per fare una cosa che da noi mediamente fa una persona sola, loro ce ne mettono almeno 5. Ma Franco, che li conosce bene perché ha lavorato con loro per tanti anni, me lo aveva detto un bel po’ di anni fa, mi ero stupito ma venendo qui me ne sono ricordato. E allora oltre alle decine di macchinette per vidimare il biglietto del metro, c’è un bugigattolo sempre presidiato da 2 persone e normalmente ce n’è una terza  fuori per ogni evenienza.  D’altra parte un imbranato che crea un ingorgo davanti alle obliteratrici nelle ore di punta può creare un ingorgo di persone (non di auto) che esce dalla stazione. Uno dei primi giorni passeggiavo su un ampio marciapiede su cui c’erano dei lavori e il traffico pedonale veniva deviato: oltre agli operai c’erano 4 addetti (uno per ogni angolo retto che dovevi fare in quei 15 metri) e un supervisore. Oltre ad essere tanti sono cortesissimi (almeno con i turisti, tra loro penso che siano come tutti).  Ma non parlano inglese (esclusi gli addetti degli hotel) ma quando lo parlano è ancora peggio. Perché la strana lingua che viene fuori è proprio il contrario del gramelot (che suona inglese ma non vuol dire una cippa); questa non suona per niente inglese, loro vogliono spiegarti alcune cose che tu però non capirai mai.
Classificare più di 120 milioni di anime è operazione stupida, ma qualche sensazione voglio darvela. Iniziamo con le donne, argomento su cui mi sento più ferrato.
Sono tantissime, le vedi dappertutto, da sole e spesso in compagnia tra loro. Le ragazze sono spesso in divisa scolastica con gonne normalmente molto corte, calzettoni e mocassini (proprio come nei manga). E le gonne rimangono corte anche quando le donne crescono, i mocassini lasciano il posto a scarpe con tacchi spesso altissimi e visto che hanno normalmente  le gambe storte, le vedi frequentemente camminare  con difficoltà. Mia madre diceva a mia sorella (quando le faceva le trecce) se bella vuoi divenir un poco devi soffrir, e da queste parti mi sembra che facciano molti sacrifici. Sono normalmente curatissime, spesso magrissime ( qui di tette neanche l’ombra), con ciglia finte lunghissime, una carnagione bianco-latte (l’ombrello viene usato tantissimo sotto il sole,  non solo dalle vecchiette, ma dalle giovani signore in carriera, anche quando vanno in bici).
Gli uomini (sull'argomento non sono ferratissimo) li vedi prevalentemente il mattino presto tutti con il vestito nero, al massimo blu scuro, la camicia sempre bianca e la cravatta ,riversarsi per le strade e  andare in ufficio e la sera aggirarsi dopo le 8 per farsi una birra, rigorosamente  tra colleghi. Le coppiette, rare e molto poco appiccicate, sembrano confinate al periodo universitario. Valeria notava che in giro c’è un certo numero di coppie “miste” lei giapponese e lui occidentale e solo pochissime viceversa , che voglia dire qualche cosa?
Gli anziani: si sa sono tantissimi. Molti lavorano fino a età imprecisate anche se ufficialmente vanno in pensione a 65 anni. E li vedi nei campi e negli orti a zappettare sotto un sole cocente, ma anche in città a fare spesso lavori umilissimi. Ma ci sono anche numerosissime comitive di allegre per lo più vecchiette, che visitano i templi e le zone turistiche. Magrissime, magari piegate in due ma arzillissime, sembra che si debbano rompere da li a poco, ma forse cederai tu mooolto prima.
Insomma il Giappone è un paese bruttino con dei posti stupendi ( con un terremoto” ogni 3 per 2”, non è che abbiamo investito moltissimo nella bella casa, e di case antiche, esclusi i monumenti ce ne sono davvero pochine).
E’ un paese intrigante perché vai proprio in un altro mondo con una presenza di turisti occidentali direi trascurabile (per altro tutti concentrati sui siti segnalati dalla Lonely).
Non è dispendioso, facendo un po’ di attenzione non abbiamo mai speso più di 90 euro per dormire in 2, e raramente abbiamo speso più di 25 euro a testa per cenare ( e il pranzo viene via con molto meno, diciamo 5-8 euro a testa). I trasporti  carissimi, è vero, ma con il JR pass  per il treno (che devi fare in Italia) e i biglietti giornalieri  per metro o bus   a seconda della città, sono affrontabili. Affittare una macchina è facile se la riporti dove l’hai presa, guidarla un po’ meno (le strade sono strette) ma se ce l’ho fatta io…



Dimenticavo: il cibo!
E' molto vario e trovi di tutto dappertutto (ma scordati il dessert, qui semplicemente non esiste). Da noi si conosce praticamente solo il sushi, ma mangiano le cose più strane, normalmente buone e molto curate. E se per te non è un problema fare colazione alle 7.30 con pesce arrosto freddo, riso, verdurine amare (che Valeria usava per “aprire” lo stomaco quando eravamo sull’isoletta) e brodino (il buon miso)…. allora è fatta!.... Visit Japan!
La nostra colazione delle 7 del mattino

venerdì 8 ottobre 2010

Parliamone...

Ho promesso ai miei figli di evitare argomenti seri o seriosi per fare in modo che questo blog rimanga “leggero”. Ma quando ci vo .. ci vo. E allora affronto un tema scottante: le “ Toilet”.
Si, proprio i cessi in Giappone. 
Prima di partire, cercando su internet, trovi di tutto e di più sull'argomento per cui quando arrivi qui sei un po’ timoroso scendendo dall’ aereo. Ma come al solito la realtà è molto più complessa della fantasia per cui c’è proprio bisogno di un trattatello che affronti in ordine le tematiche : accoglienza, tipologie, funzionalità e varianti.
L’accoglienza nelle toilette che abbiamo incontrato è ottima, sono dappertutto non pulite ma linde, frutto di continua assistenza da parte di un numero incredibile di addetti. Possono essere spaziosissime come quelle dei luoghi pubblici  o microscopiche come in certi alberghi o ristoranti ma c’è sempre tutto, magari incastrando il lavandino sopra lo sciacquone in modo che quando “tiri l’acqua” lo sciacquone si ricarichi tramite un piccolo rubinetto in cui ti puoi lavare le mani (e va beh non l’ho capito subito è vero ma dopo un po’ di volte ho studiato il marchingegno).
Tipologie. Esistono sostanzialmente 3 tipi: gli orinatoi, quelle japanese styles e le western styles (le nostre insomma). I primi sono i più semplici, un po’ bassini per noi (d’altra parte una buona parte dei giap sono piccoletti e sarebbe imbarazzante per loro pisciare in un sarcofago più alto di loro!). Le loro funzionalità sono ridotte al minimo anche se spesso è presente un gancetto laterale a cui appendere  l’ombrello (ma questo l’ho scoperto solo 10 giorni dopo grazie a un’iconcina)  sperando nella propria e altrui mira!


Le japanese style sono la versione minimalista delle nostre turche di cui è rimasto proprio solo il buco o poco più.  E di nuovo è questione di mira e di “size” perché il tutto insiste su un buchetto allungato di una cinquantina di cm. Auguri!

Le più affascinanti sono però le western style in cui l’ingegno nipponico ha dato il meglio di se, dotandole di ogni sorta di gadget. Così appena entri non ti preoccupi prima di tutto di espletare, ma di trovare dove cavolo avranno appeso le istruzioni, sperando vivamente che siano in inglese. 

La cosa funziona più o meno così: appena ti siedi incominci a sentire rumorini e vibrazioni inaspettate (soprattutto perché “esterne”)  e pensi che il terremoto  ti abbia beccato nel momento meno adatto. Tranquillo!  E’ solo la pompa che carica il serbatoio per scaldare l’acqua per la doccetta per lavare gli zebedei  e i dintorni. Ma nel contempo può partire in automatico un rumore di sciacquone (altri hanno un apposito pulsante) e mentre ti chiedi cosa cavolo hai fatto, ti sembrava di esserti solo seduto su un cesso, ti viene in mente che avevi letto da qualche parte che per coprire i rumori  fisiologici i giapponesi fanno sentire la registrazione dello sciabordio dell’ acqua; ma ad un volume così alto che potresti tranquillamente scannare un vitello che nessuno fuori se ne accorgerebbe.
E poi c’è la doccetta  che ha un certo numeri di pulsanti  per determinare la zona da detergere con un simbolismo davvero spassoso e può avere la funzione ondulatoria che… lasciamo perdere.


Nel primo hotel di Tokyo ci siamo bolliti le parti basse  sino a che sono riuscito a capire come si faceva a disinserire il riscaldamento dell’asse, funzione indispensabile con 32 gradi fuori!
Ho provato a fotografare un po di modelli in un grande magazzino dove ce ne erano un gran numero in vendita,  ma un gentilissimo commesso me l' ha impedito, nemmeno stessi  ritraendo una postazione militare, Top Secret!

giovedì 7 ottobre 2010

Un po scossi…


Si, perché ieri sera intorno alle 21.30, dopo aver:

  • cenato
  • fatto lo struscio in paese
  • bevuto il cicchettino

(qui si cena alle 18.30) eravamo seduti "comodi" sul tatami quando il suddetto ha cominciato a tremare. Un occhiata al lampadario; oscillava anche lui. Ma non ci facciamo mancare proprio nulla, anche il terremoto ci siamo beccati!

Ma andiamo con ordine. Siamo partiti domenica mattina da Hiroshima: destinazione ignota, ovvero un'ignota isoletta nell' arcipelago Kerama a sud ovest dell'isola di Okinawa (si proprio quella zeppa di basi militari americane che non si schiodano anche se i giapu è da un po' che li vogliono cacciare). L'isola si chiama Aka-jima scovata forse da Valeria sulla LP e confermata da un paio di blog come posto lontano da tutto e da tutti in un mare incantevole con gente cordiale e gentile. E allora arrivati in Aeroporto chiediamo al Tourist Office (lì di solito un po' di inglese lo parlano!) come raggiungere l'isoletta. La solita cortesissima signora consulta e scopre che l'ultimo traghetto sarebbe partito da lì a 3 quarti d'ora, che forse avremmo potuto prendere un taxi ma che…. Insomma riusciamo a farci dare la lista delle "accomodation" (tutta in giapponese,) a farci scrivere il nome del porto su un foglietto e a fiondarci sul taxi, spiegando al taxista che dobbiamo arrivare li entro le 15. Il vecchietto sorride, qui i taxisti sono tutti vecchietti, e si lancia ai 50 all'ora verso il porto, che per altro è abbastanza vicino. Ci troviamo così seduti comodi su un traghetto velocissimo, senza capire bene dove stiamo andando, con Valeria che a poco a poco riesce a decifrare la lista di "accomodation" in giapponese, e incominciamo a renderci conto che siamo diretti a gran velocità verso una specie di Rio Bo giapponese, le casette non avranno i tetti aguzzi ma sono poco più di 3. Speriamo ancora in un "tourist information" o in accoglienza tipo isola greca con i locali che ti offrono pensioncine e similari. Sbarchiamo sotto un sole tropicale su una banchina un po' in disuso dove le poche cose scritte sono giustamente in giapponese. Iniziamo a percorrere il "lungo- mare", non più di 400 metri, e l'unica accomodation che troviamo è una specie di chalet svizzero tutto in legno, carino, con i letti a castello, i servizi in comune e non ha posto. Torniamo all'inizio del paese (400m. indietro) noi e il nostro trolley ormai cotti dal sole,  e capitiamo al Sea Dorum. E' una specie di vecchio albergo, a suo tempo anche con qualche pretesa, che ci offre una camera con i servizi, mezza pensione per 3 notti, non di più perché poi arriva una scolaresca (vorrà dire che mercoledì andremo da qualche altra parte). Usciamo a farci un bagno nella spiaggia proprio davanti al "lungomare"; non c'è nessuno in giro ma la spiaggia è bianchissima e il mare un sogno.
 L'impatto con l'isoletta non è facilissimo: dopocena cioè intorno alle 19.30 decidiamo di farci un giro nel paese ma ci portiamo come pila la lucetta a led che mi sono comprato per leggere il libro la sera. Perché qui è buio pesto prestissimo, non c'è praticamente illuminazione pubblica nelle 3 viette che compongono il paese. Tutto è in disarmo, sembra un paese con un passato di luogo di villeggiatura terminato 20 0 30 anni fa. La realtà è più complessa, ci sono diving center dappertutto che fanno anche da "accomodation"( non riesco a trovare un altro termine) e danno da dormire e da mangiare ai sub duri-e-puri perché altrimenti sei fregato. C'è in tutto numero 1 bar e numero 1 negozio dove compri dal cottonfioc ai pomodori all' awamori (una grappetta locale che ha molto successo) in un locale grande poco più della nostra cucina. Girarlo di giorno è una desolazione; di sera incute anche un po' di timore (tutto sto buio a qualche migliaio di km da casa a Valeria piace pochissimo).
Il mare però è incantevole, siamo sulla barriera corallina "ruspante" non quella per turisti tipo Sharm ma quella vera e dovunque ti tuffi vedi centinaia di pesci di tutti i colori, senza bisogno di essere un sub provetto. E così ieri un primo bagno nel posto più frequentato, eravamo una dozzina su una spiaggia lunghissima. E oggi quando torniamo al mattino siamo in 4 per poi raggiungere di nuovo la dozzina verso mezzodì. Ma nel pomeriggio andiamo a vedere la spiaggia dove vivono indisturbate le tartarughe marine a 300mt. dal paese, insieme a murene ( che viste a un metro di distanza fanno una certa impressione), serpentelli bianco e neri forse anche un po' pericolosetti e pesci coloratissimi di ogni taglia compresi i "Nemo". Decidiamo di andare a vedere il tramonto sull'altra riva che raggiungiamo in meno di 20 minuti a piedi. E allora facciamo ancora un bagnetto circondati di nuovo da ogni sorta di pesci, dai soliti serpentelli per incontrare i Lion Fish che escono solo al tramonto, ma noi lo sappiamo e li becchiamo facilmente (con un po' di fondello).

 

 

 

 

 

A tutta velocità

Abbiamo lasciato Kyoto, un po' a malincuore, direzione Hiroshima, con l'intenzione di visitare il castello Himeji (che è sulla strada), ma quando eravamo al ticket office, hanno tentato di scoraggiarci. Il castello è in restauro e  l'addetto delle ferrovie ci ha dato da leggere un bel depliant che in pratica diceva che avremmo visto ben poco (ve lo figurate da noi...). Ma noi testardi abbiamo deciso di andarci ugualmente, le cose che non siamo riusciti a vadere le ritroveremo in un bel nmero di film ("la tigre e il dragone", "l'ultimo samurai", "007 si vive solo 2 volte") che Valeria cercherà di farmi vedere.

Ed è andata bene perché è vero che del castello si vede pochino perchè è ingabbiato in un castello di impalcature impressionante, poco fuori ha un bellissimo giardino, un'oasi di verde curatissima.

Ma la giornata ci ha riservato altre emozioni. Tanto per iniziare il viaggio Himeji-Hiroshima, circa 300 km. con una tappa in mezzo, in 56 minuti sul Nozomi. faceva davvero impressione pensare che stavamo viaggiando a più di 300 Km allora su un treno bello lungo, quando si dice "volare basso"...


E poi Hiroshima con il museo, visto un po di corsa ma ugualmente terrificante. E non sono tanto i vestiti bruciacchiati, le suppelllettili fuse che ti stendono, quanto la foto area di Hiroshima poche ore prima e qualche minuto dopo: una città e la desolazione.
Per altro Hiroshima è ora una città gradevole (circa un milione e duecentomila abitanti) in cui abbiamo trovato un hotel molto carino, proprio a 2 passi dalla stazione affacciato su uno degli innumerevoli fiumi che attraversano la città ( Hotel Flex ).
E ieri una emozione ancora diversa perchè siamo andati sull'isola di Miyajima, quella del Tori rosso in mezzo al mare.


Foto a raffica perchè il tempio è circondato dall'acqua solo con l'alta marea e c'era la bassa. E poi si sale un po’, questa isoletta è tutto un susseguirsi  di colline con  il monte Misen che la sovrasta dall’alto dei suoi 535 mt), per raggiungere un bel tempio buddista con tanto di cerimonia,  tamburi e canti. Il tempio è cosparso di centinaia di statuette di granito che raffigurano dei bimbi piccoli.
Hanno probabilmente un significato funerario e in alcuni casi sono inquietanti, ma altre sono davvero simpatiche. Proprio all’uscita del tempio parte un percorso naturalistico che avevo adocchiato su internet; si presenta come un sentiero con una scalinata che si inerpica sulla collina. Siamo perplessi e chiediamo ad una americana che sta scendendo: “Molto duro” è il suo commento. E’ quasi una sfida e allora si va, in fondo dovrebbero essere solo 400-500 mt. di dislivello in un comodo sentiero su per le pendici boscose. E’ vero che la temperatura è almeno di 30°, che l’umidità supera di certo il novanta per cento, che almeno per quanto si vede sono tutti gradini di granito non proprio perfetti ; ma cribbio, noi siamo almeno degli escursionisti esperti nelle nostre alpi e a ben altre quote.  E invece viviamo un’esperienze allucinante perché è chiaro fin da subito che la salita è durissima, la scala è praticamente continua e l’ombra solo apparente.  Saliamo sempre più spossati facendo brevi pause per un tempo indefinito, chiedendoci  quando mai finirà questo cavolo di montagnola.
 Arriviamo stravolti  ad un bivio in prossimità della cima come sembra indicare la cartellonistica tutta in giapponese. Ma abbiamo finito il mezzo litro di acqua che avevamo e non ci fidiamo, decidiamo di scendere prendendo però un sentiero diverso da quello di arrivo sperando in un pendio più dolce per non distruggere definitivamente il mio povero menisco. Il percorso(fortunatamente ben segnalato)  invece si inoltra in un bosco fittissimo, scuro e nero a tratti opprimente e costellato da rocce gigantesche e scende su un pendio ripidissimo con scalini  non proprio ergonomici. Non c’è nessuno e all’inizio abbiamo proprio un po’ di paura, ma non ce lo diciamo e proseguiamo, fortunatamente sempre in discesa. Insomma arriviamo in paese alle 3 del pomeriggio spossati, affamati.  Ci fermiamo nel primo ristorantino (riso, soba e birra), ci stendiamo  su 2 panchine di granito e ci addormentiamo come massi. I cervi che popolano questa isola e si aggirano indisturbati per le strade (come anche a Nara) nutriti dai turisti, avrebbero potuto mangiarmi anche i pantaloni mentre dormivo (a volte lo fanno).
Quando ieri sera abbiamo scaricato le foto abbiamo ricostruito la tempistica. Siamo saliti per non più di un’ora (che ci è sembrata un’eternità) e siamo scesi per due ore e mezza! Ma la nostra percezione era completamente diversa, ci sembrava di aver camminato in salita almeno per 2 ore e la discesa ci era sembrata comunque più corta della salita, scherzi dell’ età e dell’umidità!-

venerdì 1 ottobre 2010

Kyoto la bella...

Nara, repubblicana. Ma forse il Carducci  avrebbe trovato degli aggettivi migliori per Nara se avesse scritto un’ode sul  Kansai . Torniamo a Kyoto, questa bella cittadina di un milione e mezzo di abitanti, circondata da colline verdissime e forse, per questo  panorama circoscritto che mi ricorda un po’ Torino, ci siamo trovati subito a casa. Anche qui la metropolitana c’è,  ma ha solo 2 linee e serve non moltissimo e anche qui c’è una fittissima rete di bus che ti permette di andare dovunque basandosi su una pianta cittadina molto sabauda con le strade belle perpendicolari (forse anche Manhattan è fatta così ma ci hanno copiati sicuramente).  L’impatto non è stato facilissimo, arrivando nel pomeriggio  sotto la pioggia e dovendo raggiungere subito il bel palazzo Nijo; ci sono tantissime cose da vedere che bisogna approfittare di ogni momento anche perché alle 17 chiudono tutti.  Ci siamo così  trovati davanti una coloratissima mappa dei bus che  Valeria ha iniziato a interpretare con qualche timore  (io senza gli occhiali super non riuscivo nemmeno a leggerla).  Fortunatamente  l’hotel  Mystays è sulla Shijo-dori,  una delle strade principali che attraversa da Est a Ovest la città dove passa un numero incredibile di bus. Così, anche grazie a quella bella complicità tra turisti che si riconoscono facilmente grazie alla fisionomia e alla cartina perennemente aperta, siamo riusciti a fare tutto. 

Il giorno successivo, tirando i  bussolotti perché l’incognita è sempre la pioggia, l’abbiamo dedicato ai templi della zona Est (qui di templi ce ne sono dappertutto ma i 2 insediamenti più interessanti sono uno a Est (con il padiglione d’argento che non c’è) e l’altro a Ovest con il padiglione d’oro.  Giornata magnifica con un sole bellissimo e allora via, iniziando con il Kyomitsu-dera, coloratissimo tempio scintoista in cui puoi comprare un preghiera, un ninnolo, per qualsiasi cosa: superare gli esami, avere un figlio, vivere felice con il consorte o qualsiasi altra cosa che ti possa passare per la testa. Gli scintoisti sono fatti così! E l’atmosfera è un po’ quella delle sagre paesane con centinaia di persone  che si accalcano ai botteghini, che svegliano il dio di turno con la campanella , che si fermano un attimo in raccoglimento e poi via al tempietto successivo. Tutti lo fanno, vecchietti, studenti , distinte signore con ombrellino e coppiette più o meno “tarre”.



Andiamo nel tempio successivo: il severo tempio buddista Chion-in  accolti da cerimonie e da canti ritmati da strani batacchietti  suonati da monaci e fedeli. E qui vediamo una comitiva che si inoltra nei corridoi di legno, in cui tutti camminiamo scalzi, con in testa un monaco vestito di blu. Decidiamo di seguirli anche se non capiamo una cippa di quello che sta raccontando il monaco; ma qui ci si abitua presto a non capire, nemmeno loro sembrano capire proprio tutto. Valeria mi fa notare che gli altri hanno una specie di stola verde con uno stemma dorato. Ma non tutti ce l’hanno per cui non mi faccio problemi e continuiamo il percorso votivo.  Arriviamo in una vasta sala in cui tutti si inginocchiano sul tatami  e ci rendiamo conto che forse sin qui potevano arrivare solo quelli con la stola. Qualche segno premonitore c’era in verità stato: una certa agitazione tra i numerosi monaci quando siamo apparsi, un gesto di stizza quando ho cercato di fotografare una piccola processione. Siamo stati così avvicinati da una giovane signora che in un inglese stentato ma dolcissimo ci ha fatto capire che noi lì non avremmo mai dovuto arrivare. E così tra 1000 inchini di scusa siamo arretrati di buon ordine.

Non ci siamo fatti mancare il sentiero del filosofo (e come avremmo mai potuto…). Fortunatamente affamati e stanchi come eravamo abbiamo trovato un localino microscopico e delizioso, francesizzante anziché no, dove un signore gentilissimo ci ha ristorati a base di” tarte aux pomme”  e cose simili preparate dalla moglie.

Un’altra cosa che ci ha fatti sentire a casa a Kyoto, è stato sapere di avere un’amica in città. E così il giorno successivo, dopo il giro a Nara, abbiamo passato una serata bellissima con Reiko in un ristorantino proprio vicino al nostro hotel. Ci ha fatto assaggiare le specialità  di Kyoto che ha scelto in un vasto quanto incomprensibile menù, dopo lunghi dialoghi col cuoco. E’ bello incontrarsi con un’amica in una città dall’altro capo del mondo. Quando ci siamo visti a Torino, poco prima di partire, e ci siamo dati l’appuntamento a Kyoto, la cosa mi aveva fatto molto impressione, l’altro giorno invece mi sembrava la cosa più normale del mondo!
A proposito di Nara, il sito è bellissimo, tutto immerso in un verde parco che ci siamo goduti per davvero in una giornata bellissima.





Ma per la serie “famolo strano”, avevo intravisto sulla Lonely Planet  un tempio un po’ fuori mano che sembrava essere interessante. E così quando abbiamo preso la mappa della città e ci siamo segnati il percorso della giornata, io ho fatto una crocetta sul tempio in questione. Peccato che ne  ho segnato un altro mooolto più fuori.  E così alla fine del percorso canonico ho convinto Valeria a raggiungere l’ultima meta. E proprio di ultima meta si trattava, non vi era nessuna indicazione e quelli a cui chiedevamo (tutti giapponesi) facevano degli strani sorrisetti stupiti dalla nostra devozione che ci spingeva sotto un sole cocente, a stomaco vuoto, a raggiungere quel tempietto proprio lì, in c… alla balena ( e qui di balene se ne intendono). Per farla breve siamo arrivati esausti al tempio dopo esserci persi 20 volte tra le  casette e gli  orti di Nara per scoprire che bisognava pagare 400 yen in cima ad una scalinata e per vedere un tempio di cui non se ne sapeva niente. La nostra fede ha vacillato (sicuramente quella di Valeria nel sottoscritto) e siamo tornati in paese (almeno altri 20 minuti a piedi) per mettere qualcosa sotto i denti e raggiungere Kyoto.

Però doveva succedere, non poteva non succedere malgrado tutti i miei atti di devozione nei templi scintoisti  e buddisti di tutte le scuole. E così ieri mattina, quando era in programma la visita al Padiglione d’oro e al giardino zen, ci siamo svegliati sotto un cielo grigio e una pioggia che non aveva nessuna intenzione di smettere.  A ben pensarci è andata meglio così (e’ ancora acerba disse la volpe all’uva) perché fotografare una pagoda tutta d’oro con il sole pieno è impresa quasi impossibile, e il giardino zen si vede seduti in un comodo porticato coperto.


 Ma di acqua ce ne siamo presa in grande quantità e i vestiti si bagnavano e si riasciugavano in continuazione (fortunatamente non fa freddo).

 La giornata si è conclusa con un giro al mercato Nishiki dove si vende ( e si mangia) di tutto, proprio di tutto.


 E allora quando ho visto un polipetto rosso infilato su uno spiedino non ce l’ho proprio fatta a trattenermi…


domenica 26 settembre 2010

Quando uno se le va a cercare....

e noi raramente ci tiriamo indietro.  E così nell'ormai lontano giugno, Valeria, leggendo la Lonely Planet che tante vittime ha fatto, ha scoperto che a Takayama c'era un tempio buddista che offriva ospitalità a prezzi contenuti. Una rapida ricerca su internet e scopriamo che non sono i soli in Giappone, un po' come le foresterie dei nostri conventi. Oltretutto i bravi monaci hanno prontamente risposto alla mail in ottimo inglese e così prenotammo. Arrivati ieri a Takayama ,dopo aver viaggiato con una coppia di simpatici  milanesi buddisti che però andavano a dormire in Ryokan da qualche centinaio di euro a notte, abbiamo raggiunto il nostro tempietto effettivamente in un' ottima posizione. 

E ci ha accolto un devoto anglosassone (ma oggi alla reception c'era un vero monaco!) che ci ha illustrato usi e costumi locali. In pratica di fianco alla sala del tempio hanno ricavato una serie di stanze un po' dappertutto (la più caratteristica è quella detta del Budda, di fianco all'altare divisa dal tempio solo da un basso paravento). Noi siamo invece in un' ottima stanza che dà sul giardinetto interno, dotata di 2 futon duretti spessi non più di 5  cm. e una serie di chiodi un po' dovunque dove appendere il vestiario.

Le scarpe si lasciano nella rastrelliera all'ingresso e si utilizzano una serie di pantofole dall'aria ( e non solo di aria si tratta) assai vissuta. Lo stile  globale è un po' quelli dei rifugi alpini anni 80, servizi in comune, 2 docce per una trentina di  ospiti e quell'odore di varia umanità che ti fa sentire un vero backpacker. Le pareti sono di carta (ma di carta per davvero) e così se ti soffi il naso svegli almeno 15 persone.

A parte tutto, il tempietto offre un mucchio di servizi: una lava asciugatrice di dimensioni generose, un' ampia cucina attrezzata dove puoi cucinare quello che vuoi (noi ci siamo comprati latte e biscotti per una colazione come si deve senza miso, rafano e altre squisitezze) e  il collegamento wifi dappertutto. E infatti sto scrivendo queste notiziole scomodamente seduto per terra, appoggiato ad una trave di legno che mi sta entrando a poco a poco nella schiena con il pc su un tavolinetto alto 20 cm. dal suolo.
A parte tutto ci stimo per davvero divertendo  anche se Valeria dorme con il pile perchè qui il clima è freddino e con le pareti di carta....
 Takayama è proprio carina, circondata da boschi verdissimi, con un paio di vecchi quartieri che hanno conservato un certo fascino malgrado il turismo. E fanno un buon sakè che a me caldo proprio non piace ma bevuto freddo ha un suo perchè, sopratutto bevuto dopo una buona bistecca di manzo di Hida (così si chiama questa valle).
E' un po' grassottella ma vi assicuro che mangiata alla piastra come abbiamo fatto stasera è un'esperienza sensoriale indimenticabile...

Oggi siamo andati in bus a Shirakawa-go, ancora più nelle valli, dove si conservano una serie di case tradizionali con il tetto di paglia (teniamo conto che da queste parti d'inverno scendono dai 5 ai 7 metri di neve e i tetti di paglia bisogna saperli fare altrimenti viene giù tutto).

Per i miei amici scout il trionfo della legatura quadra con qualche legatura diagonale di tutto rispetto

 Qui a pranzo si mangia "la qualsiasi" come direbbe mia figlia, accattato in bugigattoli che si affacciano sulle strade più affollate ma dopo una serie di palline di colla ("pardon" di farina di riso), una crocchetta di patate, cipolle e carne non avrei mai pensato di mangiare il più buon pomodoro della mia vita. Venduti da una vecchietta che li coltivava lì affianco abbiamo mangiato 2 pomodori come non ne avevo mai trovati.

venerdì 24 settembre 2010

Finalmente il giappone

Si perchè Tokyo, benchè abitata dalla solita dozzina di milioni di giapponesi, è una metropoli internazionale come  Newyork non è l'america, Parigi non è la Francia.,Roma non è ... va be' lasciamo stare. In ogni caso ieri sotto una pioggia a tratti veramente torrenziale abbiamo lasciato Tokyo per Nikko, località un po' a nord, patrimonio dell' umanità, centro di culto (buddista, scintoista, qui non si capisce mai bene). Ma sicuramente giapponese dove i non frequenti turisti occidentali si aggirano tra una moltitudine di più o meno devoti giapponesi. E' un po' come se un giapponese andasse a Oropa ( va be diciamo a Lourdes) è previsto ma non sono così attrezzati e soprattutto non campano sul turismo d'oltreoceano. Ma per farla breve ci ha accolto un paesaggio dolomitico: boschi verdissimi  di cedri che assomigliano almeno da distante ai pini, muschio secolare dappertutto, pioggia (ieri tanta) e un paesino non altrettanto pittoresco. Ma in compenso avevamo trovato un alberghetto vicino alla stazione ( il nikkoparklodge ) che ha delle camere spazione addirittura con cucinetta, una specie di residence.
E così dopo esserci sistemati e aver fatto un giro di ricognizione siamo usciti per cena e non abbiamo più ritrovato il ristorante che avevamo precedentemente individuato ma siamo entrati in un localino che ci ispirava dove c'era una famiglia giapponese. E così abbiamo scoperto che i tavoli erano in realtà  delle piastre a gas per cuocerci sopra  la frittata giapponese (okonomiyaki). E così una strana vecchietta giapponese ( forse non vecchietta ma sicuramente stranina) ci ha spiegato in un gramelot anglo-nipponico come dovevamo fare. Il risultato è stato divertente e appetitoso..
E questa mattina abbiamo raggiunto i templi prendendo un pulmann dalla stazione e scendendo dove scendevano tutti, sicuri di aver sbagliato: bus, biglietto e destinazione e trovandoci invece esattamente dove volevamo andare.
Il posto è affascinante: una serie di santuari stupendi, immersi nel verde.





Tanta gente, sopratutto scolaresche in gita scolastica ( e abbiamo pensato a Giorgio, che ne dici di inserirla nel POF per il prossimo anno?)

E tanta gente che entra nel tempio, compie una serie di gesti e di veloci preghiere e poi via in quello successivo.  E questi templi sono brulicanti di fedeli con un bel numero di monaci normalmente giovani. Più oltre non mi spingo nelle considerazioni, le distanze in questi campi sono per davvero abissali. Bisogna dire però che qualche cosa in comune se proprio si vuole si trova. Perche i bravi monachelli si danno un gran daffare per alimentare ogni sorta di commercio, Oltre al biglietto di ingresso che pagano turisti e fedeli senza distinzione, c'è un offerta per tutto, per le preghiere che si annodano sugli alberi, per i ninnoli "sacri" per ogni caso della vita e per tante altre cose che nemmeno abbiamo capito.


E il Giappone vero è continuato anche quando stasera siamno arrivati a Fuji city dopo aver cambiato 4 treni puntualissimi ed essere arrivati in un albergo fuori dal centro. Siamo andati a fare 4 passi tra concessionarie di automobile, distributori di benzina e abitazioni. E ci siamo avventurati in un ristorantino dove fanno spiedini (ottimi) di ogni genere (yakitori). Unici non giapponesi siamo stati presi in cura dal cuoco che nel solito gramelot se possibile ancora più stretto, ci spiegava cosa ci avrebbe fatto. E abbiamo mangiato delle squisitezze come gli spiedini di cuore di pollo (veramente squisiti), quelli di ghianda o quelli di gesier (non so come si dica in italianoforse duroni, a casa mia lo chiamavano il "pre"). Ci siamo diveritti tantissimo e alla fine il cuoco ha voluto farci la foto...





giovedì 23 settembre 2010

Svegliandosi presto...

… ma il jet-leg non ci ha dato particolari problemi a parte una mia nottata in bianco, e un forte mal di testa per  Valeria la prima notte ma questo era ampiamente nel  conto. Provo a riassumere gli scorsi giorni.  Se teniamo conto che Tokyo ha almeno una dozzina di milioni di abitanti  ed è divisa in un numero imprecisato di zone (che si sono sviluppate intorno alle stazioni) la visita si articola nelle zone in cui si riesce ad andare.  Ieri ad esempio siamo andati nel pomeriggio a Shibuya, abbiamo preso la nostra buona metro sotto casa e siamo arrivati in zona. Non ci è nemmeno passata per la testa l’idea di andare a piedi perché le zone di  Tokyo sono collegate da stradoni a 4 corsie con sopraelevate   e sottopassi per il traffico commerciale e i taxi, poche le auto private, quasi inesistenti  moto e motorini; ci sono abbastanza biciclette penso usate per muoversi in zona.  Ieri mattina invece sveglia presto per essere alle 7 al mercato del pesce di Tokyo, forse il più grande del mondo. All’alba si tiene l’asta dei tonni ma adesso non è più accessibile ai turisti così abbiamo potuto prendercela comoda e alzarci alle 6 invece che alle quattro… Il mercato del pesce è una zona sterminata e caotica, dove rischi ogni 3 secondi di farti travolgere da dei dannati carrellini elettrici che sfrecciano senza pietà tra i banchi dei grossisti, tra bacinelle di pesce più o meno vivo, tinozze di  teste mozzate di tonno, cozze grosse come vassoi, pesci di tutti i tipi, anguille, aragoste che cercano disperatamente di scappare. 

Ci sono circa 1400 “banchetti”. Si può capire perché finita la visita prima delle 9 non avessimo poi tutta quella voglia di una colazione a base di sushi! Tutto intorno vi sono decine di centinaia di banchetti che vendono ogni cosa, frutta, verdura (tanti funghi) ma anche the, magliette, stoviglie, coltelli. Tutto tranne schede SD  per la macchina foto che avevo dimenticato nel pc e così ho imprecato per tutto il tempo contro i carretti e contro me stesso (meno male che Valeria aveva la sua!).  Approfittando della giornata bellissima siamo andati a  Odaiba, un’isola artificiale con poche abitazioni, un paio di centri commerciali che sono vere e proprie città dello shopping e una serie di “building” impressionanti  come quello della Fuji pieno zeppo  di negozi, bar, stand inneggianti a tutte le serie TV della Fuji.

Devo dire che ringrazio Iddio che i cartoni animati giapponesi sono nati quando ero già grandino, qui capisco un terzo di quello che mi circonda ma è proprio quello che mi salva, dovessi  star dietro anche a quelle cose ci metterei  tanto di più perché ogni momento  c’è qualche cosa da vedere.  Ed è così anche Akihabara, il paradiso dell’elettronica dove il sottoscritto si è sentito improvvisamente vecchio, circondato da migliaia di pc, macchine foto , device vari di cui non riusciva a cogliere le differenze. E allora di questa città cosa mi resta? 
  •  La folla, mai vista tanta gente così in giro. Ho fatto un filmatino di un minuto ieri sera per spiegare cosa vuol dire la folla che attraversa un semaforo, il SEMAFORO di Tokyo  davanti alla stazione di Shibuya (quella del cagnolino Hachiko). O la folla al mattino che va a lavorare con la  metro o le migliaia di persone che vedi ovunque.
  • Le luci alla sera sulle strade affollate, ad Akihabara con tutti i personaggi dei manga, a Shinjiuku, a Shibuya, a Ginza  con le migliori firme che si sono fatti dei veri e propri palazzi di vetro e acciaio.

  • Le immagini dei bambini in divisa che vanno a scuola prestissimo al mattino. Si, in divisa fin dall’ asilo, li abbiamo visti ieri quando ci siamo persi nei sobborghi giocare in un giardinetto con le loro gonnelline in panno e c’erano 32 gradi all’ombra. E allora ti spieghi perché quando crescono si tingono i capelli di giallo, vanno in giro vestite e truccate come i personaggi dei fumetti!
  • La sicurezza di una metropoli in cui i bambini  di 7-8 anni vanno a scuola in metropolitana da soli.

 Ma devo essere onesto non ho ricevuto quel pugno nello stomaco, quella emozione profonda che ho provato a Manhattan.  Qui ci sono aree modernissime, Andrea dice che ricordano SIM city (ma io non ci ho mai giocato), ma le emozioni almeno per me le ho provate da altre parti.