venerdì 1 ottobre 2010

Kyoto la bella...

Nara, repubblicana. Ma forse il Carducci  avrebbe trovato degli aggettivi migliori per Nara se avesse scritto un’ode sul  Kansai . Torniamo a Kyoto, questa bella cittadina di un milione e mezzo di abitanti, circondata da colline verdissime e forse, per questo  panorama circoscritto che mi ricorda un po’ Torino, ci siamo trovati subito a casa. Anche qui la metropolitana c’è,  ma ha solo 2 linee e serve non moltissimo e anche qui c’è una fittissima rete di bus che ti permette di andare dovunque basandosi su una pianta cittadina molto sabauda con le strade belle perpendicolari (forse anche Manhattan è fatta così ma ci hanno copiati sicuramente).  L’impatto non è stato facilissimo, arrivando nel pomeriggio  sotto la pioggia e dovendo raggiungere subito il bel palazzo Nijo; ci sono tantissime cose da vedere che bisogna approfittare di ogni momento anche perché alle 17 chiudono tutti.  Ci siamo così  trovati davanti una coloratissima mappa dei bus che  Valeria ha iniziato a interpretare con qualche timore  (io senza gli occhiali super non riuscivo nemmeno a leggerla).  Fortunatamente  l’hotel  Mystays è sulla Shijo-dori,  una delle strade principali che attraversa da Est a Ovest la città dove passa un numero incredibile di bus. Così, anche grazie a quella bella complicità tra turisti che si riconoscono facilmente grazie alla fisionomia e alla cartina perennemente aperta, siamo riusciti a fare tutto. 

Il giorno successivo, tirando i  bussolotti perché l’incognita è sempre la pioggia, l’abbiamo dedicato ai templi della zona Est (qui di templi ce ne sono dappertutto ma i 2 insediamenti più interessanti sono uno a Est (con il padiglione d’argento che non c’è) e l’altro a Ovest con il padiglione d’oro.  Giornata magnifica con un sole bellissimo e allora via, iniziando con il Kyomitsu-dera, coloratissimo tempio scintoista in cui puoi comprare un preghiera, un ninnolo, per qualsiasi cosa: superare gli esami, avere un figlio, vivere felice con il consorte o qualsiasi altra cosa che ti possa passare per la testa. Gli scintoisti sono fatti così! E l’atmosfera è un po’ quella delle sagre paesane con centinaia di persone  che si accalcano ai botteghini, che svegliano il dio di turno con la campanella , che si fermano un attimo in raccoglimento e poi via al tempietto successivo. Tutti lo fanno, vecchietti, studenti , distinte signore con ombrellino e coppiette più o meno “tarre”.



Andiamo nel tempio successivo: il severo tempio buddista Chion-in  accolti da cerimonie e da canti ritmati da strani batacchietti  suonati da monaci e fedeli. E qui vediamo una comitiva che si inoltra nei corridoi di legno, in cui tutti camminiamo scalzi, con in testa un monaco vestito di blu. Decidiamo di seguirli anche se non capiamo una cippa di quello che sta raccontando il monaco; ma qui ci si abitua presto a non capire, nemmeno loro sembrano capire proprio tutto. Valeria mi fa notare che gli altri hanno una specie di stola verde con uno stemma dorato. Ma non tutti ce l’hanno per cui non mi faccio problemi e continuiamo il percorso votivo.  Arriviamo in una vasta sala in cui tutti si inginocchiano sul tatami  e ci rendiamo conto che forse sin qui potevano arrivare solo quelli con la stola. Qualche segno premonitore c’era in verità stato: una certa agitazione tra i numerosi monaci quando siamo apparsi, un gesto di stizza quando ho cercato di fotografare una piccola processione. Siamo stati così avvicinati da una giovane signora che in un inglese stentato ma dolcissimo ci ha fatto capire che noi lì non avremmo mai dovuto arrivare. E così tra 1000 inchini di scusa siamo arretrati di buon ordine.

Non ci siamo fatti mancare il sentiero del filosofo (e come avremmo mai potuto…). Fortunatamente affamati e stanchi come eravamo abbiamo trovato un localino microscopico e delizioso, francesizzante anziché no, dove un signore gentilissimo ci ha ristorati a base di” tarte aux pomme”  e cose simili preparate dalla moglie.

Un’altra cosa che ci ha fatti sentire a casa a Kyoto, è stato sapere di avere un’amica in città. E così il giorno successivo, dopo il giro a Nara, abbiamo passato una serata bellissima con Reiko in un ristorantino proprio vicino al nostro hotel. Ci ha fatto assaggiare le specialità  di Kyoto che ha scelto in un vasto quanto incomprensibile menù, dopo lunghi dialoghi col cuoco. E’ bello incontrarsi con un’amica in una città dall’altro capo del mondo. Quando ci siamo visti a Torino, poco prima di partire, e ci siamo dati l’appuntamento a Kyoto, la cosa mi aveva fatto molto impressione, l’altro giorno invece mi sembrava la cosa più normale del mondo!
A proposito di Nara, il sito è bellissimo, tutto immerso in un verde parco che ci siamo goduti per davvero in una giornata bellissima.





Ma per la serie “famolo strano”, avevo intravisto sulla Lonely Planet  un tempio un po’ fuori mano che sembrava essere interessante. E così quando abbiamo preso la mappa della città e ci siamo segnati il percorso della giornata, io ho fatto una crocetta sul tempio in questione. Peccato che ne  ho segnato un altro mooolto più fuori.  E così alla fine del percorso canonico ho convinto Valeria a raggiungere l’ultima meta. E proprio di ultima meta si trattava, non vi era nessuna indicazione e quelli a cui chiedevamo (tutti giapponesi) facevano degli strani sorrisetti stupiti dalla nostra devozione che ci spingeva sotto un sole cocente, a stomaco vuoto, a raggiungere quel tempietto proprio lì, in c… alla balena ( e qui di balene se ne intendono). Per farla breve siamo arrivati esausti al tempio dopo esserci persi 20 volte tra le  casette e gli  orti di Nara per scoprire che bisognava pagare 400 yen in cima ad una scalinata e per vedere un tempio di cui non se ne sapeva niente. La nostra fede ha vacillato (sicuramente quella di Valeria nel sottoscritto) e siamo tornati in paese (almeno altri 20 minuti a piedi) per mettere qualcosa sotto i denti e raggiungere Kyoto.

Però doveva succedere, non poteva non succedere malgrado tutti i miei atti di devozione nei templi scintoisti  e buddisti di tutte le scuole. E così ieri mattina, quando era in programma la visita al Padiglione d’oro e al giardino zen, ci siamo svegliati sotto un cielo grigio e una pioggia che non aveva nessuna intenzione di smettere.  A ben pensarci è andata meglio così (e’ ancora acerba disse la volpe all’uva) perché fotografare una pagoda tutta d’oro con il sole pieno è impresa quasi impossibile, e il giardino zen si vede seduti in un comodo porticato coperto.


 Ma di acqua ce ne siamo presa in grande quantità e i vestiti si bagnavano e si riasciugavano in continuazione (fortunatamente non fa freddo).

 La giornata si è conclusa con un giro al mercato Nishiki dove si vende ( e si mangia) di tutto, proprio di tutto.


 E allora quando ho visto un polipetto rosso infilato su uno spiedino non ce l’ho proprio fatta a trattenermi…


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